TEXTS

 GIRLS AND BOYS 

Nel mio lavoro utilizzo vecchie fotografie acquistate nei mercatini; è lì che approdano dopo chissà quanti passaggi, quando cade anche l’ultimo baluardo di una catena affettiva.

 

Una sorta di certificazione di persone dimenticate.  

 

Non sono un oggetto facile da trovare; spesso sono buttate in mezzo alle raccolte di carte postali, alle collezioni di vecchie cartoline a tema, i rigattieri più attenti le raccolgono in una scatola oppure te le propongono ancora inserite in vecchi album di famiglia riempiti a metà.

Le faccio scorrere fra le mani una a una ed è guardando quei volti a cui nessuno più sa dare un nome né una storia, attraverso ciò che colgo in uno sguardo, nel dettaglio di un ciuffo di capelli o di un orecchino, che scelgo. Meglio ci scegliamo.

 

Digitalizzo le foto da cui ricavo un primo piano del viso che stampo su carta da disegno; qui inizia il mio intervento con la matita oro,  netto e incisivo sullo sfondo, con un tratteggio più lieve sul volto, come a creare un velo. Oro per esprimere il valore, il desiderio di magnificare la singola storia di cui quel viso è portatore, oro che diffonde una luce soffusa e che crea un filo comune fra tante singole storie.

La matita che corre su un colletto di camicia, su un sorriso appena accennato è il mio entrare in relazione con ognuno di loro, è lo stabilire una connessione che li fa essere ancora, viventi.

 

Archivio le foto per raccoglierle, per accoglierle con un ordine che consenta di vederle distintamente, una per una, di ritrovare quell’unicità che rappresenta la dimensione più autentica, l’anima.

 

È nel momento in cui le archivio che introduco l’utilizzo della carta di giornale, una carta che è stata per tanti anni il mio strumento di lavoro:  numeri ordinati che, benché effimeri nel loro continuo mutare, nel perdere valore rapidamente, esprimono Il brulicare delle attività, delle imprese, dell’economia, la  rete di interessi del mondo. È una carta che dà vita e calore ai numeri perché li avvolge con il colore della pelle.

 

L’accostamento dei fogli fitti di cifre a quei volti che provengono da un passato dimenticato  consente di riflettere su una duplice dimensione: quella delle relazioni codificate, degli scambi in parte standardizzati  ma anche la dimensione straordinaria e potente delle storie individuali che difficilmente riescono a lasciare una traccia nella narrazione collettiva e che ho voluto porre al centro del mio progetto.

 

Paolo Pessarelli

 

 RESERVOIR

Quando l’economia diventa il supporto dell’arte e quando l’arte riesce a dare un senso all’economia.

I recenti lavori di Paolo Pessarelli di Angela Madesani

 

La storia personale è il più delle volte fondamentale per cogliere in tutta la sua ampiezza la ricerca di un artista. A maggior ragione lo è per Paolo Pessarelli, di formazione e professione economista e che, per ovvi motivi, ha per le mani ogni giorno il Financial Times. Un giornale assolutamente incomprensibile per i non addetti ai lavori: scritto con caratteri molto piccoli, denso di lettere e cifre, che rimandano alla situazione e ai destini del mondo, stampato su carta rosa come altri quotidiani di quel genere.

In realtà quando i lettori li leggono, quei numeri e quelle parole sono già superati, non hanno più un valore oggettivo, sono testimonianza di ieri, l’oggi è in corso. Si viaggia in tempo reale. La carta del quotidiano economico più autorevole del mondo è il supporto dei lavori di Pessarelli.

I numeri sono illeggibili, le lettere anche: diventano segni vuoti. La sua è una raccolta della memoria della macrostoria del mondo, quella della politica, dell’economia su cui pone le fotografie delle persone normali, raccolte nei mercatini. Centinaia di microstorie che ripesca dal nulla, da una sorta di oblio eterno. In realtà quelle persone vissute cinquanta, sessanta, settanta anni fa, probabilmente già morte, anzi sicuramente già morte, con le loro immagini sono più vive di quei fogli di carta. Così l’apparente non senso diviene operazione estetica stimolante, intelligente.

È un tentativo di conservazione, senza nessun intento archivistico o scientifico, piuttosto sentimentale.

 

Le persone, la gente comune, gli studenti, i militari, le ragazze, le sartine e gli impiegati passano dal suo lavoro che conferisce loro una piccola eternità. Gli oggetti, le fotografie, indici della realtà, sono l’unica cosa che rimane di una persona anche quando è finito il ricordo diretto. Una riflessione la sua che richiama la ricerca di Christian Boltanski, anche se qui l’atmosfera è diversa, maggiormente legata alle contingenze del tempo nostro.

L’indagine è rivolta alla lettura della storia, quella in grande stile che non riflette il sentire di ciascuno di noi. Il destino è quasi sempre la dimenticanza. Si pensi al tempo senza la possibilità di registrazione delle immagini, alle centinaia di milioni di coloro, che sono transitati, dei quali nulla è restato, di loro, della loro esperienza. E ancora il rimando al mondo dell’economia, all’eterna lotta, alla competizione senza regole.

Viene a crearsi nel suo lavoro un interessante rapporto tra le immagini in bianco e nero delle fotografie e il colore della carta di giornale, a creare una sorta di contrasto pittorico, perché è dalla pittura che Pessarelli arriva.

Il nucleo del lavoro di Pessarelli è la riflessione sulla falsità della storia che rappresenta perlopiù l’aggressività umana, al di fuori dalla normalità. Così Perec e il suo concetto di infraordinarietà . Si parla dei treni solo quando deragliano, degli operai quando scioperano. Il tentativo è quello di ridare dignità a certi episodi. La sua diviene una grande biblioteca del ricordo alla Hrabal, dove i codici si confondono, mutano la loro prima destinazione e in fondo conferisce un senso, con ironia sottile e intelligente, all’inutilità. Riesce a regalare una nuova esistenza ai personaggi pescati alla rinfusa sulle bancarelle dei rigattieri, che sono chiamati a recitare ancora una volta e si prende gioco, mutandone il valore linguistico, delle seriose e, in fondo, insignificanti pagine dell’economia.

 

 "MI QUERIDO JOSE'" 

A tutti è capitato di trovare, sepolta in un cassetto, una vecchia cartolina dell’infanzia, compilata con una scrittura faticosa, ingenua, a tratti corretta dalla grafia più smaliziata della madre, che ci porta i saluti del nostro amichetto o amichetta di turno, durante l’estate. Chissà? Chissà come sono andate a finire le cose? Il bello, forse, è proprio non riuscire a sapere tutto. Paolo Pessarelli, strenuo ricercatore, raccoglitore di memorie altrui, attraverso le fotografie rintracciate sulle bancarelle dei mercatini, nei cassetti degli altri, magari anche nei propri, ne ha trovata una che dà il titolo al lavoro principale della mostra che andiamo qui a presentare. Si tratta di un documento spedito nel 1912. A scriverlo è un bambino spagnolo. L’attacco della cartolina è: Mi querido José, mio caro José, con una sfumatura di tenerezza.

 

L’immagine è un classico commerciale di quei tempi: due bambini in dolce atteggiamento. Quello che scrive è a Malaga, quello che riceve è a Barcellona. Si sono conosciuti al mare. Il tono è infantile. È una situazione normale, nulla di esasperato. E proprio questa normalità interessa Pessarelli: la normalità del quotidiano, in cui tutto scorre. Potremmo scippare il titolo a un fortunato film francese: La vita è un lungo fiume tranquillo, ma, aggiungerei io, non sempre e non troppo. Da questa normalità fuoriescono le singole storie degli individui. Così la cartolina, riprodotta, è posta al centro di questo lavoro di medio-grandi dimensioni. Il resto è costituito dalla ricostruzione di una scaffalatura, dove sono archiviate più di mille pagine di giornali economici, il Financial Times, il The Wall Street Journal, Il Sole 24ore con la loro carta sui toni del rosa carnicino, che ricorda la pelle del corpo umano.

I giornali economici, che sono il suo strumento quotidiano di lavoro all’interno di un’azienda del ramo farmaceutico, rappresentano la macrostoria, quella di ieri, fatta di numeri, di lavoro, di strategie. In questi giornali è il mondo, sono storie di grandi gruppi industriali, di aziende di diversa entità, che a loro volta sono costituite da tante persone con le loro microstorie. E quindi l’immagine fotografica, traccia, testimonianza, memoria di vita. Pessarelli, quasi ogni sera, a casa, piega i fogli di giornale, come in una sorta di ritualità laica. Un gesto quotidiano il suo, un mantra che diviene valore aggiunto. In altri lavori esposti i giornali piegati, pagina per pagina, con la loro grafica ineccepibile, con i loro contenuti noiosi, vengono inseriti all’interno di taschine di plastica trasparente: come se riuscisse a bloccare, a congelare quelle storie che a tutti appartengono. In un’atmosfera apparentemente retrò, la sua è una chiara risposta al nostro tempo. Un modo per ribellarsi alla standardizzazione, alla globalizzazione.

 

Dai suoi lavori emergono delle storie di individui. Al loro interno sono racchiusi aspetti dimenticati dell’umanità, attraverso le immagini, che diventano traccia, indice del reale. Le sue sono storie, che, nella maggior parte dei casi, è impossibile ricostruire con precisione. Ci si deve accontentare di sensazioni. Certo la sua non è una storia universale, visto che le immagini fotografiche vengono realizzate solo dopo una certa data. È, comunque, una grande archiviazione in cui si mostrano le diversità fra un individuo e l’altro.

 

Nel lavoro, che dà il titolo alla mostra, è la storia di due persone che riportano il nostro sentire a quella dimensione di individualità, che dovrebbe essere uno dei valori più importanti del nostro tempo. Il suo è un messaggio chiaro, attraverso i mezzi dell’arte: anche in tempo di globalizzazione c’è la possibilità di essere se stessi. Una consuetudine di piccoli gesti, apparentemente senza importanza, si può trasformare in un antidoto contro il peso di quanto ci circonda, contro l’appiattimento dei fenomeni. Il suo è un lavoro che va in profondità, che necessita un tempo lungo di osservazione per essere compreso nella sua interezza, si tratta di una chiara, quanto ferma risposta alla superficialità imperante, al non volere andare oltre la pelle, l’apparenza delle cose.

L’arte non dovrebbe essere un lusso di pochi, ma una possibilità che tutti dovrebbero avere per esprimere delle sensazioni, delle emozioni, sia come utenti che come protagonisti. E i protagonisti dei suoi lavori non sono quei pochi passati alla storia, il cui ricordo è rimasto imperituro, quelli de I Sepolcri di Ugo Foscolo. Sono i più, le persone, la gente, quelli dei quali nessuno ricorda il nome, il volto, la storia, ma sono anche quelli che con le loro gesta, al di fuori della retorica di facile celebrazione, hanno fatto il mondo giorno per giorno, ora per ora. In questo modo la forza del contenuto è in grado di superare lo stesso valore economico dell’oggetto, in un tempo di audience, di shopping, in cui viene reputato interessante solo quanto alle aste riesce a spuntare un grande prezzo.

Angela Madesani

 

 INTERAZIONI CON SEGNALI STANDARD

L’arte è stato d’animo angelico, geometrico (…) Non la modellazione ha importanza ma la modulazione. Non è un gioco di parole: modellazione viene da modello-natura-disordine; modulazione da modulo-canone-ordine.

Fausto Melotti

Per Paolo Pessarelli l’ordine è divenuto un imperativo categorico. Inflessibile e perentorio, il giovane artista milanese ha trovato nella regola le coordinate del suo fare pittorico. Abbandonate le improvvisazioni, dimenticate le pennellate libere e indomite dei primi anni, Pessarelli si concentra ora su una composizione austera, priva di fuorvianti sbavature o di incalzanti orge cromatiche. Per lui creare è, oramai, sinonimo di armonizzare, nel senso più classico e insieme etico del termine. Il campo pittorico è divenuto il luogo in cui si misurano le distanze, gli eventi, si tracciano le ascisse dello spettro visivo, si annotano e “catalogano” le linee e i punti cartografici di un mondo sempre più prevedibile e standardizzato. Da calcoli geometrici e grafici binari prendono forma le mappe del comportamento, si misurano gl’indici d’intensità fenomenica, si raccolgono i dati e si costruiscono i diagrammi del vivere.

E’ da un bisogno sempre più pressante di assetto e di sintesi, da una necessità di scandire, frazionare e selezionare il tempo della vita in istanti successivi, in ritmiche sequenze, che nascono queste texture quasi monocrome. Ma non solo. E’ la teorizzazione di una filosofia possibile. Se mi si passa il paragone, è come quando ci si trova davanti a un brano musicale: c’è chi si accontenta di assaporare l’insieme della melodia e chi, invece, sente la necessità di confrontarsi con lo spartito, di leggere singole note, di vedere le pause e gli stacchi di ogni strumento. Sono due atteggiamenti legittimi, ma che sottintendono due modi diversi di porsi.

 

Pessarelli ha abbracciato il secondo, anche se con qualche piccolo aggiustamento. Così, entro binari paralleli e sottili linee ortogonali si consuma, ma non si esaurisce, la sua sfida col mondo; il tentativo, non ancora concluso, di definire un teorema i cui postulati restano tutti da dimostrare. Anche perché, tra i dettami teorici e le loro attuazioni pratiche c’è un margine di imprevedibilità, di rischio, di deviazione: la mente. E’ qui che l’indagine di Paolo trova il terreno più fertile e si sofferma. E’ qui che ritornano in gioco e, spesso, s’infrangono i propositi e le convinzioni teoretiche.

Tra il mondo (che Paolo sente sempre più stereotipato e omologato) e la sua percezione si apre un ventaglio di possibilità e di differenze infinite. A fronte di un anonimo sistema seriale, l’individuo interagisce con la propria singolarità, con le armi della sua mente e del suo spirito. Questo fa la differenza: rende l’assioma meno scontato, forse più vulnerabile, ma sicuramente più sopportabile, meno prevedibile.

Una fitta pioggia di azzurri pensosi e avvolgenti, una soffice coltre di tonalità algide e neutre rivestono come un velo la superficie dei quadri. Da questo fondo, su cui Pessarelli si attarda in minuti tratteggi, emerge un’ortogonalità euclidea, una griglia serrata e inflessibile entro cui tutto accade. Un numero infinito di quadrati argentei trapunta come stelle lo spazio che gli viene concesso. Non nascono dal caso, ma dalla serialità. Non sono allo sbando, ma controllati da una precisa volontà di contrappunto armonico, da una perfetta corrispondenza di punti e di coordinate cartesiane. Forse, queste sagome diamantine seguono latitudini e longitudini che appartengono al movimento degli astri, alla sfera iperuranica, dove, secondo Platone, hanno sede le idee. E’ possibile. Eppure, grazie alla mia piccola dimensione umana, alla mia innata esigenza di fantasticare, ho la possibilità di andare oltre, di percepire questa distaccata pianificazione (necessaria per risalire all’ordine primo delle cose) come qualcosa che mi appartiene e che si trasforma a seconda del mio desiderio.

Posso allora abbandonarmi a fantasie poetiche, a immagini fiabesche, convincermi che quell’affascinante porzione di blu sia un brandello di cielo stellato, oppure che quelle piccole forme geometriche non siano altro che le finestre illuminate di una città lontana. E se quei segni fossero la raffigurazione di impulsi elettrici, di vibrazioni ottiche o flussi magnetici innescati da qualcuno che volesse comunicare con me? Improvvisamente, tutto diventa più chiaro, quell’impostazione che a prima vista era apparsa asettica e impersonale, lontana e incomprensibile, non è altro che un nuovo linguaggio, la cui rigidezza si frantuma nel momento in cui si entra in sintonia. Del resto cosa sono le parole: successioni di lettere convenzionali o contenitori di emozioni? Dipende: se ne conosco il significato, emozioni; se appartengono a un idioma sconosciuto, non sono altro che semplici segni.

Al centro della visione, appare spesso una macchia opalescente, gassosa; una sorta di nube ovale e impalpabile che a seconda dello spazio che ha a disposizione si allarga o si restringe dando vita a un inatteso respiro cosmico. E’ un battito quasi inafferrabile, lontano, appena percettibile, ma c’è. E, se c’è, vuol dire che c’è vita, anche se quelle cortine laterali fanno di tutto per serrarsi e impedirne la visione. Non lasciamoci distrarre: quella luce è un segnale di speranza. E’ la verità che attende di essere compresa.

 

Febbraio, 2001

Lorella Giudici

Ogni uomo vive all’interno di un sistema di relazioni che comunica attraverso segnali standard ed è fortemente caratterizzato in ogni ambito dalle regole della semplificazione: nel suo rapportarsi con i risultati dei processi di semplificazione non fa che misurare continuamente la propria distonia rispetto ai risultati stessi.

Il mondo ha scelto di rinunciare ad un’enorme ricchezza di contributi mentre è fortemente impegnato ad amplificarne soltanto alcuni, a dismisura. E’ un mondo fra le cui regole, in qualunque contesto, vi è la competizione, la lotta per essere prescelti fra mille; ciò impoverisce, distorce, forse compromette una visione autentica del sentire poichè il campione selezionato dal sistema della semplificazione è il meno distonico rispetto agli standard e si porta dietro il germe dell’aggressività.

La reazione dell’individuo alla semplificazione, la sua interazione con segnali standardizzati è il momento in cui ciascuno registra e percepisce involontariamente il proprio rapporto con il sistema delle relazioni, con le regole del mondo. E’ il momento in cui il sentire individuale si proietta sui segnali e vi si fonde originando combinazioni uniche, incomunicabili.

Ciò che rimane - la forma dei segnali standard - è un denominatore comune, evocatore universale di emozioni e di istanti individuali. E’ il simbolo di una ricchezza, di una complessità insondabile ma potentissima, capace di attrarre, di raccogliere una grande energia.

 

La mia ricerca è rivolta al riconoscimento, al recupero di tutta questa ricchezza ignorata; vuole affermare e ricordare l’esistenza, l’esperienza unica degli individui, dei pensieri, delle emozioni e soprattutto dei luoghi e delle forme ove questo sentire si proietta, si deposita, viene dimenticato.

 

La difficoltà di comprensione che caratterizza l’arte può essere vista come un riflesso di questa complessità e di questa energia nascosta, della unicità di ogni-singolo-uomo di fronte ad un mondo standardizzato. Sotto questo aspetto la relazione fra lo sforzo di sintesi, di riduzione che si consuma nella realizzazione di un’opera (e che la rende enigmatica) ed il desiderio di comunicare che ne costituisce un presupposto essenziale mi appare meno paradossale.

 

 

Paolo Pessarelli

 

 VENTI (1986-1993)

L’aspetto onirico è il primo filtro usato da Pessarelli nel suo rapportarsi alle forme. Segni “embrionali” tracciano spazi incerti che sembrano seguire da vicino i limiti della precarietà come cognizione di partenza. I colori affiorano morbidi ed avvolgenti, come coinvolti in un fluido amniotico che scorre lungo linee sempre oblique. Queste proseguono oltre il margine della tela premendo la superficie di uno spazio già tridimensionale, ma sembrano, in realtà, indicare la perdita del loro estremo.

Luci ed ombre, sospese indicazioni della propria intimità un po’ nostalgica, fanno da filtro alle pressioni del quotidiano.

“rappresentare è in me un gesto passivo … attivo” (Paolo Pessarelli)

 

estratto dal testo di Anna Stuart Tovini (curatrice di “Matrici di gioco” progetto realizzato presso il Castello Colonna di Genazzano, 1987)